domenica 5 gennaio 2014

SPLEEN





« Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l'unico problema. Per non sentire l'orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù : come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno: "È ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare. »
(C. Baudelaire, Lo Spleen di Parigi.)

Mi sono svegliata con l’immagine di Baudelaire, il poeta maledetto e  Spleen, Correspondences, Albatros mi sono piovute addosso come ricordo di un esame sostenuto in gioventù in francese sul poeta de “Les fleurs du mal”.   Sono andata alla ricerca del libro che avevo consumato a forza di sfogliare pagine rese quasi illeggibili per la quantità  di sottolineature, simboli, collegamenti  e che ora, a  distanza di tempo  mi atteggiano a  un sorriso.
Rileggo alcune poesie di questo grande poeta estraneo alla società a cui apparteneva e che  aveva combattuto in uno strenuo tentativo di sottrarvisi   con tutto il disprezzo e il rancore di cui era capace.
La Parigi trasformata  e rimessa a nuovo nella seconda metà dell’ottocento dal grande urbanista Hausmann, che è poi quella che si presenta oggi ai nostri occhi, non corrispondeva a quella da lui amata dall’ impronta medioevale dove bettole e casupole che si aprivano su un’infinità di stradine   scarsamente illuminate  animavano una vita dai toni forti e con un’identità popolana e bohemien tanto cara al poeta.
La  Parigi sottoproletaria, vera e  genuina era sparita per lasciare il posto a un nuovo mondo dove affarismo e profitto   stavano per decollare.
Non si riconosceva Baudelaire in questo nuovo volto, odiava il capitalismo, l’ipocrisia di facciata e nella  febbricitante ascesa della modernità vedeva solo la fine  di un’epoca, la morte dell’Arte, la scomparsa degli intellettuali ai quali non restava altro che sprofondare  nella noia meglio definita spleen,  termine da lui preso a prestito dall’inglese ma con tutt’altro significato da quello  descritto in  qualsiasi dizionario e che nella poesia  che ne prende il nome viene raffigurato da  immagini angoscianti,  un quadro a tinte forti dove infinite  metafore esprimono  tutta l’angoscia esistenziale e il male  di vivere di un uomo che considerava la vita una bolgia dantesca.
Nel suo viaggio nell’inferno le fleurs rappresentano i paradisi artificiali, il recupero della sua anima attraverso vizi e trasgressioni, un’enorme ubriacatura come   fuga dalla realtà la sola capace di alleviare il senso di oppressione e malessere che la  sua condizione di poeta incompreso e dileggiato gli procurava.
Nell’Albatros, Baudelaire,  attraverso la metafora dell’uccello si paragona al volatile  dalle grandi ali per simboleggiare la capacità del poeta di elevarsi al di sopra di tutti in una sublime ricerca di infinito  ma catturato, proprio a causa della sua goffaggine , diventa oggetto di scherno e cattiverie per gli uomini comuni.
Da qui l’angoscia disperata, lo spleen per sfuggire al quale il poeta in una impossibile via di salvezza invoca la morte  non come passaggio a un’altra vita ma come unico modo per spezzare l’opprimente senso di angoscia.

Per mantenere intatta la bellezza dei versi che nessuna traduzione dal francese riuscirebbe a restituire le due poesie Albatros e Spleen sono anche in lingua originale.

Spleen

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.


Spleen

Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve 
Sull'anima gemente in preda a lunghi affanni, 
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte 
Riversa un giorno nero più triste delle notti; 

Quando la terra cambia in un'umida cella, 
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello, 
Sbattendo la sua timida ala contro i muri 
E picchiando la testa sul fradicio soffitto; 

Quando la pioggia stende le sue immense strisce 
Imitando le sbarre di una vasta prigione, 
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni 
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli; 

Delle campane a un tratto esplodono con furia 
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso, 
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria 
Che si mettano a gemere in maniera ostinata. 

- E lunghi funerali, senza tamburi o musica, 
Sfilano lentamente nell' anima; la Speranza, 
Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce, 
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera.
(I Fiori del Male - Charles Baudelaire)



L’Albatros
Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

L’Albatro
Spesso, per divertirsi, uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, compagni indolenti di viaggio,
il solco della nave sopra gli abissi amari.
Li hanno appena posati sopra i legni dei ponti,
ed ecco quei sovrani dell’azzurro, impacciati,
le bianche e grandi ali ora penosamente
come fossero remi strascinare affannati.
L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,
lui prima così bello com’è ridicolo ora!
C’è uno che gli afferra con una pipa il becco,
c’è un altro che mima lo storpio che non vola.
Al principe dei nembi il Poeta somiglia.
Abita la tempesta e dell’arciere ride,
esule sulla terra, in mezzo a ostili grida,
con l’ali da gigante nel cammino s’impiglia.

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