mercoledì 16 novembre 2011

I COSACCHI IN CARNIA




Nonna Virginia e il conciliabolo  della presina

Il conciliabolo, veniva rigorosamente scandito dal rito dello “schnupf” della presina. Il rito consisteva nel passarsi in senso orario, discretamente, di mano in mano, una scatoletta di madreperla piena di tabacco da “fiuto”. La presina di tabacco, poi , veniva posta , nell’incavo tra pollice e polso della mano destra e velocemente portata al naso, aspirandola attraverso le narici, prima dall’una, poi dall’altra parte. Era d’obbligo lo starnuto, come indice di gradimento, prima di ricorrere al fazzoletto, che avrebbe cancellato il “nero” al naso, palese indicatore della disdicevole assunzione.    
 Giancarlo Fusco
           
La memoria affiora un poco alla volta dai miei pensieri, tanto che mi rivedo bambina, seguo il profumo di caffelatte che dalla cucina arriva al terzo piano della  casa dei miei nonni, a Timau, inducendomi a scendere a  razzo giù per la scala di legno attirata anche dalla fragranza del pane appena sfornato che mia nonna ci faceva trovare caldo, al mattino, lei con l’odore di stalla ancora addosso che a noi sembrava in perfetta sintonia  con l'ambiente.
Vanno i ricordi alle lunghe serate in cui ci deliziava con i suoi racconti ora tristi, ora allegri, infarciti di parole idiomatiche, che noi facevamo fatica a capire ma che lei con la sua abilità di ricamatrice cuciva e disfava  in funzione del racconto del momento.  
Erano sempre interessanti le sue storie, spesso si ispiravano a fatti di  vita quotidiana, a personaggi, alcuni strani e stravaganti che vivevano in paese, alla guerra, storia recente che era ancora una ferita troppo grande da rimarginare. 
Per evitare di intristirci, nel racconto ci infilava sempre qualche elemento di pura invenzione  che rendesse più leggera e fantastica la storia.
Ma quando ci narrò dell’arrivo in paese dei cosacchi, durante l’ultima guerra, non ebbe bisogno di inventare, i fatti erano così reali, inconsueti, forti e drammatici nello stesso tempo che catturavano la nostra attenzione senza fatica, non riuscivamo  a distogliere gli occhi dalle sue labbra  che si muovevano appena mentre snocciolava le vicende con tutta la passione e il turbamento che i ricordi ancora  le recavano.

Sì i cosacchi…
Erano arrivati dalla Russia e dall’Europa orientale, ad occupare l’Alto Friuli, la terra “promessa” da Hitler in cambio di un’azione di repressione antipartigiana. E così tra l’ottobre del ‘44 e l’aprile del ‘ 45 l’orda mongola si insediò nei nostri paesi, cercando di ricostituire i loro villaggi riproponendo costumi, tradizioni, religione delle loro terre lontane. Durante questo periodo compirono ogni sorta di nefandezza nei confonti degli autoctoni, dalle ruberie agli atti di forza contro la popolazione inerme che già in miseria, dovette cercare di sopravvivere a questa convivenza forzata scappando nei boschi, cercando di nascondere  quanto poteva dalle loro scorribande alla ricerca di cibo e foraggio per i loro cavalli.
Fu un triste periodo quello. Ci furono stupri e uccisioni, raro qualche ricordo bello che potesse lasciare un’impressione positiva,  come ad esempio quello di una famiglia che proprio grazie ai georgiani, ebbe in salvo i figli sottratti alla furia dei partigiani che li volevano combattenti attivi sulle montagne. 
Alla fine della guerra i friulani cercarono di ricomporre i pezzi della loro vita, mentre i cosacchi andarono incontro a un  doloroso destino perché nella ritirata che li vide oltrepassare il Passo Monte Croce verso l’Austria, destinazione il nulla, presi dal panico alla notizia del rimpatrio forzato e riconsegna alla Unione Sovietica preferirono il suicidio collettivo, gettandosi nella Drava, trascinando con sé famiglia e animali.


Carlo Sgorlon ne parla, con toni epici, nel libro L'armata dei fiumi perduti




Cosacco
accampamento cosacco



Bella questa pagina di Mario Pacor, che descrive in maniera molto suggestiva l’arrivo dei cosacchi.


 “Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primitive urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le avevano. Erano infatti vestiti e armati nei modi più vari, molti in uniformi grigio-verdi tedesche con appena qualche variante cosacca, ma armati di moderni fucili e mitra, altri in più pittoresche quanto assurde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con grandi colbacchi di pelo in testa, cartucciere intrecciate sul petto, lunghe bande azzurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni variamente istoriati.
Ai drappelli militari facevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggiavano donne, vecchi e bambini, e tra un carro e l’altro o al loro fianco cavalli, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cammelli o dromedari
”.
 
Fu insomma l’aspetto umano, la variegata panoramica offerta dall’aspetto dei civili cosacchi, più che il lato strettamente militare, a colpire, come traspare, per esempio, dalla stupita descrizione dei cosacchi fatta dal parroco di Buia: Sui carri, tipici carri primitivi, stretti, sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose, utensili e pignatte, damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie da scartocciare, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età, con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio. Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione, con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletti… Gli uomini indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo dei cosacchi, berretto nero di pelo con la parte superiore rossa, blu, verde…”.

Così descrisse l’insediamento Michele Gortani:
“I nuovi venuti penetravano da padroni in tutte le case, secondo il loro capriccio, e di solito uelle abitate a quelle disposte esclusivamente per loro. Trattavano gli abitanti come soggetti al loro servizio. Usavano spesso di sedersi a tavola all’ora del pasto e appropriarsi il poco che le famiglie avevano preparato per sé. Rovistavano a piacere per ogni dove, rubando qualunque cosa li talentasse, dagli oggetti di valore alle vesti, dalle lenzuola e coperte ai viveri di ogni specie, dagli animali da cortile alle masserizie. Mostravano una predilezione particolare per le pecore, delle quali non una venne risparmiata. Per i loro cavalli innumerevoli, non contenti di lanciarli al pascolo giorno e notte negli orti e nei campi, saccheggiavano sistematicamente le provviste di fieno che le nostre donne avevano con aspre fatiche trasportate dalla montagna fino in paese, per l’alimentazione del bestiame durante l’inverno”.

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