domenica 25 settembre 2011

PAURE





P.P. Pasolini

 I TURCS TAL FRIUL

Venerdì scorso sono andata a teatro a vedere “I Turcs tal Friul” opera giovanile di Pier Paolo Pasolini, liberamente rivisitata e tradotta in musica da Gigi Maieron, eclettico cantautore friulano.
Pier Paolo Pasolini ha scritto l'unica opera teatrale che racconta la tragedia delle popolazioni italiane per secoli devastate, affamate e ridotte in schiavitù dalle depredazioni islamiche. In Italia, dalla Puglia, al Lazio al Friuli, terra di confine, devastazioni e atrocità sono rimaste nella memoria del popolo e sono diventate canto.
I Turcs tal Friul, scritto da Pasolini nel 1944, in piena occupazione nazista,  racconta l’orrore vissuto dalle popolazioni friulane 500 anni prima.
Al grido di: “Cristo, pietà per il  nostro Paese” inizia l'opera pasoliniana. Il popolo semplice e buono della campagna friulana attraverso la  preghiera alla fine salverà il villaggio di Casarsa, che col sacrificio di Meni, morto per mano del nemico, ottiene il miracolo di un uragano che allontana i barbari sanguinari.

30 settembre 1499, Casarsa. E' sera, quasi ora di cena. La gente sta rientrando nelle proprie case. Improvvisamente si diffonde la notizia che diecimila Turchi a cavallo e seicento a piedi stanno arrivando. La sera che sembrava concludere in serenità l'ennesima giornata, si carica di drammaticità: sarà forse l'ultima? La paura raggiunge la comunità. L'idea della morte riverbera in ogni cuore. Non e' è possibilità di difesa. Molti si raccolgono in preghiera, altri scelgono di cercare rifugio nei bosco; i più giovani decidono di andare incontro ai Turchi: quasi un disperato tentativo di difesa; quasi a voler regalare ai propri compaesani una speranza impossibile. Le notizie si susseguono alimentando speranze/paure, preghiere. Si sente in lontananza il canto dei Turchi. Si vedono alzarsi le fiamme nei paesi vicini che bruciano. Rientrano i giovani che erano andati incontro al nemico portando uno di loro ormai morto. Non c'è più speranza, ma all'improvviso una tempesta alza la polvere dai campi. I Turchi quasi per miracolo cambiano strada.

Nell’opera cantata da Maieron c’è tutta la forza evocativa della paura della morte, esorcizzata dalle preghiere della comunità cristiana, ricca di fede, che passa dallo stato di angoscia causato dalla percezione che i turchi sono alle porte, del pericolo imminente, accentuato da continui richiami all’immediatezza dello scontro, al momento della rivelazione che se ne sono andati, senza spargimento di sangue. E’ il momento i cui le paure svaniscono lasciando il posto alla commozione e al ritorno alla calma.






Mi è restat alc ta la man
alc di fresc e di selvadi
cui crodevia che iessi omis
a fos chel ch'i soi jo ades
A si zeva su a nis
si zujava cul curtis
cui crodevia che iessi omis
a fos chel ch'i soi jo ades
A mi par di sinti un odour di rosis e vignis
A mi par di sinti un odour lontan sau jo
e la mama ere cu mei
Mi è restat alc ta la man
alc di fresc e di selvadi
cui crodevia che iessi omis
a fos chel ch'i soi jo ades



Se non fosse stato che il tema è uno di quelli su cui si può dibattere all’infinito non l’avrei neanche proposto ma parlare di PAURA, sentimento da sempre presente nell’animo umano mi è sembrato un ottimo  spunto per qualche riflessione.

La paura è una intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo, reale o supposto.

La prima paura dell’essere umano è sempre stata quella di morire ed è legata all’istinto di sopravvivenza, ma la paura   paradossalmente può avere derivazione  astratta o reale e addirittura può essere anticipatoria, in attesa dell’evento che può verificarsi o meno.
Quante paure nella nostra vita quotidiana e quante di queste paure non sono legate a fatti, cose reali, ma sono il prodotto della nostra mente.
La società in cui viviamo ha dato vita a  numerose nuove paure rispetto al passato, quando queste erano  legate unicamente a pericoli tangibili, come poteva essere un raccolto andato male o  la difesa dal nemico, uomo o animale che fosse. Le nostre paure sono molto più sottili ma non meno angoscianti: paura di perdere il posto di lavoro, paura del futuro, paura dello straniero, paura della malattia, perché in una società che inneggia alla vitalità e alla massima produttività  la malattia fa paura e va nascosta. Le nuove  paure sono subdole, striscianti, si insinuano nella mente soprattutto delle persone deboli che non potendo corrispondere ai canoni di efficienza, bellezza, serenità  vi si rifugiano spesso con effetti deflagranti per se stessi e gli altri.








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